Episodio 4 (by
Shinzon)
Una grossa creatura andò a sbattere contro lo scafo. Il rumore causato
all'interno del minuscolo sottomarino andò a svegliare definitivamente
Shìnzon, che già si trovava nel dormiveglia.
Come tutte le mattine degli ultimi anni, si alzò sedendosi sulla sua
fredda branda metallica, mise in ordine il suo codino, unì la sua
gamba bionica al resto del corpo tramite lo speciale attacco del
bacino e, una volta tornato in grado di camminare sulle due gambe,
lasciò la sua celletta per andare a svolgere il suo lavoro.
Fino a cinque anni prima si chiamava Shin'ichi Martin. La madre,
coreana, volle dare al figlio un nome del vicino Giappone, mentre il
padre, oltre al cognome, lasciò in eredità anche i tipici lineamenti
occidentali. Shin'ichi era diventato un oceanografo e si trovava ad
esplorare i fondali del Pacifico quando successe.
Shin'ichi e Marta, la sua collega, stavano cercando di raggiungere il
fondo della Fossa delle Marianne. Il Trieste II era un piccolo
sottomarino, un batiscafo, costoso come diverse centinaia di Ferrari
messe assieme e grande abbastanza da portare una persona: Shin'ichi.
Marta, invece, stava sulla nave-appoggio Lina, a coordinare
l'operazione.
Poi, quando Shin'ichi era ormai a 9.500 metri, gli arrivò la voce di
Marta:
- Oh, mio dio…-
- Che succede?-
Nessuna risposta.
- Marta?-
Shin'ichi non seppe mai cosa accadde. Un peschereccio, settimane più
tardi, trovò il relitto di una nave fracassata in mille pezzi. Le
indagini conclusero che era quelli erano i resti della Lina, data
precedentemente per dispersa, e i resti umani rinvenuti furono
attribuiti a Marta. Del corpo di Shin'ichi e del Trieste II non si
ebbe notizia: si ritenne che fosse imploso a causa della pressione
eccessiva. Nessuno però, capì come avvenne quell'incidente.
Infatti, non si trattò di un incidente.
Questo infatti è quello che accadde veramente, come registrato nei
diari di bordo della nave ammiraglia della flotta d'invasione: “Indice
temporale 22435.2 entrata nell'orbita del terzo pianeta del sistema,
chiamato Terra. Indice temporale 22435.3 inizio discesa atmosferica,
nessuna segnalazione nemica. Indice temporale 22435.4 rilevata forma
di vita potenzialmente ostile. Indice temporale 22435.4 distruzione
della forma di vita terminata, inizio discesa nelle acque oceaniche,
nessuna segnalazione nemica. Indice temporale 22435.5 rilevato oggetto
subacqueo terrestre in rapida risalita. Indice temporale 22435.6
cattura del vettore alieno e del suo pilota eseguita, studio
tecnologia terrestre in corso. Indice temporale 22435.7 fondale
oceanico raggiunto, discesa terminata; nessuna rilevazione nemica.”
Shin'ichi vide se stesso e il suo batiscafo attratto da una forza
invisibile all'interno della nave, che non sapeva essere stellare né
tanto meno ostile, senza che potesse far nulla per opporsi.
Fu allora che iniziò la sua nuova vita. Fatto schiavo dagli alieni, o
meglio, dalle aliene, e scoperti i loro intenti, Shin'ichi cambiò il
suo carattere, la sua indole, i suoi ideali, il suo comportamento, e
il suo nome. Il nuovo Shìnzon dovette restare per due anni in
schiavitù a lavorare senza sosta per coloro che lo avevano fatto
prigioniero. Il suo odio per quegli esseri dalla pelle grigiastra,
tutti dall'aspetto quasi identico a quello delle normali donne umane
saliva di giorno in giorno, mano a mano che lo obbligavano a rivelare
nuovi dettagli e segreti della conoscenza e della tecnologia umana.
Crebbe ancor di più quando durante una delle sessioni di tortura perse
la sua gamba destra e alcune dita, “pezzi” che gli alieni ebbero la
pensata, se non altro, di sostituire con nuovi organi bionici, più
potenti dei loro precedenti organici e quindi in grado di far
aumentare l'efficienza del loro schiavo terrestre.
Passò venticinque mesi a fare lo schiavo. E quando fai lo schiavo non
hai grande accesso alle informazioni, ma qualcosa lo capisci
ugualmente. Shìnzon aveva capito tre importanti cose: primo, che le
aliene erano ostili; secondo, che la loro tecnologia avanzata non
poteva essere utilizzata in modo massiccio sulla Terra, e che per
questo cercavano di estorcergli informazioni per modificare la loro
tecnologia abbastanza da renderla adatta ai loro scopi; terzo, che lui
voleva andarsene.
Attese.
Attese pazientemente che si presentasse l'occasione giusta per
abbandonare la nave che era anche la sua prigione.
Il piano di fuga elaborato in quei due anni era pronto ad essere
collaudato: Shìnzon ci aveva messo un anno a capire che a causa del
loro sangue verde alcune, poche aliene provano terrore alla sola vista
del sangue rosso; ci mise un'altra settimana a capire quale delle sue
aguzzine rientrasse in quel gruppo; un altro mese per farsi lentamente
aprire una ferita sul palmo della mano con le sue sole unghie. Era una
fortuna che alle dottoresse aliene non importasse molto di lui.
Un giorno apparentemente uguale a tutti gli altri, l'occasione tanto
agognata si presentò: come tutti gli altri giorni, una guardia lo
stava scortando in giro per la nave, forse verso la sala torture,
forse verso un qualche condotto energetico da ripulire, forse da
qualsiasi altra parte. Quella guardia era l'unica che provasse
ribrezzo per il sangue rosso, e quel giorno, secondo i calcoli di
Shìnzon, avrebbe dovuto incrociare il generale Hesediel come ogni
tredici giorni.
I suoi calcoli si rivelarono esatti: non ci pensò due volte: premette
forte le unghie contro la ferita, e non appena il generale passò oltre
la sua schiena Shìnzon mostrò alla guardia la sua mano dalla quale
sgorgava sangue rosso. La fobia della guardia la fece reagire
immediatamente e quasi la fece svenire dallo spavento quando alcune
gocce del sangue umano raggiunsero la sua pelle grigia. Prima ancora
che Hesediel potesse estrarre la sua arma, Shìnzon aveva già rubato
quella della guardia messa ormai fuori gioco e la puntava contro la
testa della donna che aveva il comando assoluto di tutta la flotta
d'invasione.
- Settanta centimetri- disse sarcasticamente Shìnzon rivolgendosi al
generale - E sembra quasi non avere peso. Ve lo concedo: a copiare la
nostra tecnologia bellica e migliorarla a livelli inimmaginabili siete
dei veri portenti. Mi domando se siete geni o soltanto disperate -
Con uno scatto degno di una saetta, Hesediel estrasse la sua arma,
quella che, tradotta dalla loro lingua, potrebbe essere chiamata
progressive knife, una sorta di pugnale laser in grado di allungarsi a
piacimento, arma dalla tecnologia tipicamente aliena.
Shìnzon non aveva mai sparato in vita sua. Prese in pieno
l'impugnatura del progressive knife ferendo la mano di Hesediel.
- Posso assicurarti che avevo mirato alla testa! -
- Vuoi uccidermi?- chiese il generale, con una voce tanto decisa da
non sembrare nemmeno una giovane donna - Avanti, spara. Che aspetti? -
- Fino a due anni fa non avrei mai fatto svenire né tanto meno preso
in ostaggio una donna. Non voglio aggiungere l'omicidio alla mia
collezione di azioni nuove - Shìnzon si stupì di quanto la
disperazione l'avesse cambiato.
- Cosa vuoi allora? Fuggire? -
Premendo la canna della sua nuova, lunga pistola in mezzo agli occhi
di Hesediel, Shìnzon sorrise come sorridono gli scienziati pazzi nei
film di serie Z - Ma brava... come hai fatto a capirlo? Se avete
migliorato le nostre pistole così tanto, sono davvero curioso di
scoprire cosa avrete fatto al mio Trieste. Portami all'hangar, subito
se non vuoi un nuovo buco per aerare il cervello!-
Il generale, un po' per timore di perdere la vita, un po' perché
conscio che con la sua morte la flotta avrebbe avuto grandi
difficoltà, si fece liberamente costringere a portare Shìnzon verso
l'hangar.
Superarono diversi membri dell'equipaggio, stupefatti della resa di
Hesediel, che tentavano di attaccare il loro vecchio schiavo.
Fortunatamente per lui il generale forniva una protezione adeguata.
- Ferma- intimò Shìnzon prima di entrare nell'hangar - Quello è un
armadietto delle armi giusto? Questa pistola mi piace... credo che una
simile non mi dispiacerà...-
Preceduto dalla grigia Hesediel, Shìnzon entrò nell'hangar dove
venivano custodite le navette aliene, nonché il suo vecchio batiscafo
Trieste II.
Non se ne accorse subito, era troppo impegnato a tenere sotto tiro con
una pistola la testa di Hesediel e con l'altra tutti gli altri. Ci
mise diversi secondi per riconoscerlo. Quasi non lo riconobbe. Era più
grande, il suo scafo esterno era incredibilmente diverso. All'interno
non osava pensare quante modifiche gli avessero fatto, e quanta
potenza fosse stata installata a bordo; in fondo, quello era l'unico
mezzo che le aliene possedevano di fabbricazione terrestre: una volta
modificato, sarebbe stato uno dei mezzi d'attacco migliori.
Le due potenti armi nelle mani di Shìnzon accelerarono il breve
processo diplomatico: il terrestre si fece indicare la responsabile
principale delle modifiche, una tale Darliaxlimb, che sotto la
minaccia di morte non ebbe difficoltà ad imbarcarsi assieme a Shìnzon
sull'ex-Trieste II, sia come temporanea maestra di guida, sia come
ostaggio di garanzia.
Fu così che Shìnzon lasciò per sempre la longilinea nave ammiraglia
della flotta d'invasione aliena. Osservò per un attimo, per la prima e
sperava ultima volta, il lungo scafo, circondato ai lati da quelle
strutture luminescenti blu che aveva imparato essere le gondole di
curvatura, i motori della nave che generando vibrazioni nella
“sub-rete” spaziale davano alla nave la possibilità di viaggiare nel
cosmo. Poi, una volta sparita dalla vista, si fece spiegare i
principali comandi della sua nuova navetta da Darliaxlimb prima di
abbandonare quest'ultima sul fondo oceanico protetta da una tuta di
salvataggio, come precedentemente patteggiato.
Di lì a qualche ora, Shìnzon imparò a guidare il Trieste II nelle
acque. In qualche giorno, imparò a pilotarlo. In qualche settimana
imparò a farlo volare.
In capo a due mesi Shìnzon aveva ripreso possesso della sua vita,
aveva ridato il nome originale a quello che non era più un batiscafo
ma un vero e proprio piccolo caccia da combattimento stellare. Le
potenzialità del Trieste II, seppure fosse una piccola nave, erano
strabilianti, ed univano in una perfetta armonia la tecnologia
terrestre con quella aliena.
Passò il tempo seguente in solitudine. Si esercitò con le sue armi
preferite, le pistole rubate ai suoi stessi carcerieri, imparò a
guidare il Trieste come se fosse parte del suo stesso corpo, seguì
senza interferire la guerra che si stava combattendo.
Certo, non mancarono le sorprese... ma restò neutrale fino al giorno
in cui quella grossa creatura non sbatté contro lo scafo del Trieste,
adagiato sul fondale del mar Glaciale Artico.
Come ogni mattina, una volta attivato il sistema di occultamento,
entrò nell'orbita a 600 km di altezza e controllò la situazione.
Per la prima volta dopo mesi, i sensori rilevarono qualcosa che lo
colpì. Non era certo la prima volta che le aliene inviavano un qualche
robot contro la Fortezza delle scienze. Ma stavolta era diverso. Il
robot era grande il 50% in più del normale e disponeva di un nuovo
tipo di occultamento. I terrestri, con la loro tecnologia, non lo
avrebbero mai rilevato se non troppo tardi; non solo: quell'occultamento
si basava sulla tecnologia “vibrazionale” aliena. Usare quella
tecnologia sulla superficie di un pianeta danneggia gravemente i
delicati equilibri che sorreggono la vita del pianeta stesso, il mondo
natale delle aliene aveva subito proprio quella sorte, il fatto che
usassero quella tecnologia ora, sulla Terra, poteva significare due
cose: o che erano impazzite tutte quante, oppure che era un attacco
disperato.
Per quanto volesse rimanere neutrale, per quanto potesse sforzarsi di
comprendere, la Terra era pur sempre il suo pianeta natale.
Non poteva più restare in disparte.
Barbero, nonostante il tempo passato, nonostante Haru avesse
dimostrato di sapersela cavare anche senza la vista, nonostante le
continue consolazioni, continuava a sentirsi colpevole: Keiko Haru era
cieca, per colpa sua. Come per espiare almeno in parte la sua colpa,
l'aliena passava gran parte del suo tempo a seguire Haru, quasi
volesse proteggerla da... da qualsiasi cosa potesse minacciarla.
Quella sera Barbero fu testimone di una scena strabiliante. Il sole
era già calato da tempo e l'illuminazione elettrica dava alla fortezza
un aspetto affascinante ma al tempo stesso spaventoso; Haru era
seduta, come ormai d'abitudine, sul ciglio della grande fontana del
cortile centrale. All'improvviso si alzò un forte vento, senza motivo
apparente.
Haru si alzò e lentamente camminò verso il vicino spiazzo e si fermò;
nello stesso istante, anche il vento si posò.
Barbero non capiva; Haru alzò le mani, che andarono a urtare contro il
campo di occultamento della navetta. Un leggero sfrigolio rivelò alla
vista di Barbero la presenza di un oggetto sconosciuto. Diede
immediatamente l'allarme e mentre le sirene iniziavano ad assordare la
gente, lei corse verso Haru. Quando la raggiunse, il Trieste II aveva
ormai disattivato il suo campo di occultamento e lo si poteva vedere
nella sua interezza.
Barbero non fece nemmeno in tempo a dire ad Haru di allontanarsi, che
il portellone del vecchio batiscafo si aprì, esattamente di fronte
alla cieca. Entrambe le donne rimasero ferme: Haru per ragioni che
nemmeno lei capiva, Barbero perché rimase stupefatta nel riconoscere
all'interno, quanto all'esterno della navetta, componenti tecnologici
originari del suo mondo.
Di scatto, una lunga pistola sbucò fuori dal nulla e puntò verso la
fronte di Barbero.
- La cieca non so cosa ci faccia qui, ma almeno è terrestre. Tu,
invece, cosa diavolo ci fai qui?-
L'aliena non vedeva in faccia il suo interlocutore per via di un
potente fascio luminoso che le colpiva gli occhi. Non capiva come
potesse avere una voce maschile, però era certa che si trattasse di un
nuovo attacco della sua specie, disastroso in quanto suicida. Haru era
ferma immobile, sembrava morta.
Pochi secondi dopo l'intero cortile venne circondato dagli uomini
della sicurezza, nonché da Kura Kabuto e tutti gli altri; i laser dei
fucili dei militari erano talmente tanti che il petto di Shìnzon
sembrava invaso da formiche luminescenti rosse.
Il silenzio di tomba che venne a crearsi fu interrotto da una grossa
risata.
- Che idioti!- rise la voce all'interno della navetta - È scarica!-
esclamò lasciando cadere la lunga arma nelle mani di Barbero.
- Chi sei, tu? - chiese lentamente Haru, mentre gli uomini della
sicurezza abbassavano i loro fucili su cenno di Joe Narak.
Shìnzon uscì dal luminoso interno del Trieste permettendo così a tutti
i presenti il vederlo.
- Haru, Barbero, Narak, Kabuto e tutti gli altri... sarei felice di
fare la vostra conoscenza ma dovete credermi, non c'è tempo. Gli
alieni stanno per attaccarvi, tirate fuori il Ki robot e seguitemi -
- I nostri sensori non hanno rilevato alcun attacco! - obiettò Narak
- I vostri sensori sono troppo obsoleti! Non c'è tempo, dovete cre…-
Haru interruppe il discorso. Con le sue mani andò a toccare il viso di
Shìnzon, come se volesse attuare un qualche tipo di fusione mentale...
- Dice la verità- fu il responso di Haru. |
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